domenica 6 febbraio 2011

Vira a tribordo la nave governativa.


E' di qualche giorno la notizia che Berlusconi voglia fare un rimpasto del suo governo,  allo scopo di rinforzarlo e poter così andare avanti nella legislatura, incalzato com'è dalla Lega, dopo gli ultimi accadimenti in bicamerale in materia di federalismo.
Il rimpasto riguarda niente meno che Francesco Storace, leader di "La destra" formazione politica che aveva sempre ostentato la sua indipendenza da Berlusconi, fino ad arrivare ad una scissione da cui era nata "La destra-fiamma tricolore" capeggiata da Daniela Santanchè, che invece definiva il proprio partito «la destra leale a Berlusconi» e da cui è stata poi chiamata al governo (sottosegretario alla presidenza del consiglio) pur non essendo stata eletta nel 2008.
Insomma ancora trasformismo politico, che ormai va avanti da quando i "futuristi" hanno abbandonato il Pdl, ma si può dire che Berlusconi ormai gratti il fondo del barile perchè l'apertura a "La destra" seppure in gestazione già dall'intervento di Berlusconi, al congresso di quel partito dello scorso settembre, concluso dal "salutino" romano di berlusconi e dal bacio tra i due leader, sembra comunque un escamotage tanto discutibile quanto inutile.
Non si capisce infatti cosa possa offrire di positivo il partito di Storace che di destra ha solo il nome e poco più. Vero che cavalca alcune idee care ai liberali come la sicurezza, ma fondamentalmente si richiama ai valori del vecchio Msi post-fascista e filorepubblichino che ha sempre guardato con sospetto al sistema capitalista e mantiene una vecchia serie di pregiudizi sull’atlantismo, il ruolo dell’America, la questione israelo-palestinese eccetera. Senza dimenticare le parole di Storace contro il Lodo Alfano  o quelle con cui denunciò,quando Fini nel 2007 si presentò insieme a Berlusconi nell'allora federazione del PDL, "lo scandalo per cui avremmo dovuto accontentarci del rancio che ci veniva offerto, buttando a mare la nostra storia e la nostra gente. Ma noi siamo usciti da An perche' non volevamo entrare nel Ppe, non vedo perche' dovremmo entrarci con Berlusconi". O ancora nel 2008, a proposito della vicenda dei sondaggi falsi al Tg1, quando dichiarò:: "Berlusconi è un fuorilegge. L'unica risposta è in sede penale e soprattutto civile. L'ultima sconcertante esibizione sui sondaggi falsi, al Tg1, denota uno straordinario sprezzo delle regole."
Anche la base de "La destra", almeno dai primi commenti che si leggono su internet, sembra non gradire troppo questo coinvolgimento nel governo e rivolge a Storace la stessa accusa che lui ha rivolto a Fini, quando si alleò con Berlusconi e cioè di essere un traditore.
Già, il nome di Gianfranco Fini torna sempre e l'avversione verso l'ex leader di alleanza nazionale  sembra essere l'unico aspetto che accomuna questa nuova alleanza, l'ultimo  carburante del cabotaggio della nave governativa.

martedì 1 febbraio 2011

Lesa maestà per Roberto Saviano


Roberto Saviano, insignito della laurea honoris causa in giurisprudenza all'università di Genova, per "l’importante contributo dato al nostro Paese in favore della legalità, che è l’asse portante dello stato di diritto", nel corso della cerimonia di conferimento ha dedicato l'onorificienza a sua madre e ai magistrati di Milano che attualmente si occupano della vicenda Ruby, cioè Boccassini, Forno e Sangermano.
Normalissima la dedica alla madre, ma non dovrebbe sembrare nemmeno strana la dedica ai magistrati, trattandosi di una laurea in giurisprudenza, eppure ciò ha scatenato l'ennesima polemica sull'opportunità di dedicare la laurea proprio ai magistrati che indagano sul presidente del consiglio.
Tra tutti quelli che hanno tuonato contro Saviano, spicca Marina Berlusconi, presidente del gruppo Mondadori, che ha dichiarato di provare "orrore" per le sue parole.
Certo lei è la figlia del premier e la posizione che occupa,  la deve esclusivamente ai "poteri" del paparino, ma ciò basta a giustificare  una veemenza  tale da farle usare un termine che più appropriato sarebbe se riferito a ciò che proprio la maggior parte dei magistrati si trova ad affrontare tutti i giorni?
Io credo di no, a meno che la Presidente Marina non insinui anch'essa che il tris di magistrati sia solo lo strumento di un inverosimile potere occulto, che ha il solo scopo di far sparire dalla scena politica il così tanto amato padre. Oppure Maria Elvira, detta Marina è convinta di aver a che fare con un "suo" dipendente, dato che  Saviano, nella sua professione di scrittore, ha un contratto di collaborazione con la Mondadori e che quindi non gli è consentito appoggiare i nemici del grande Silvio, suo indiretto  e generoso datore di lavoro.
Insomma, fosse per la dinastia Berlusconi e per i suoi proseliti, per Saviano si prospetterebbe la "lex iulia maiestatis", cioè il crimine di lesa maestà nei confronti del "sovrano", che ha come pena, se non la morte, la sicura "aquae et igni interdictio " cioè la privazione di ogni diritto perchè indegno di continuare a far parte della comunità "imperiale".

martedì 25 gennaio 2011

Il caso Cuffaro e il perfettismo Berlusconiano.

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 7 anni di Carcere per Salvatore Cuffaro, ex Governatore della Sicilia e, fino a ieri, senatore dei Popolari di Italia Domani, il movimento scissosi dalla UDC, lo scorso ottobre e passato repentinamente dall'opposizione, al pieno appoggio alla maggioranza di governo.
La corte quindi conferma la sua collusione con Cosa Nostra, consistente nell'aver fornito informazioni circa la presenza di microspie piazzate dai Ros nell'abitazione del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro.
C'è un senso di sollievo quando qualcosa in Italia, specie in politica, può dirsi definitivo e c'è un senso di sollievo soprattutto perchè non si parla di complotto o di trama delle solite toghe rosse, anzi proprio l'ex Governatore ha affermato che rispetta l'opera che la magistratura ha portato a termine. Ci mancherebbe altro, si dirà, ma in realtà basta guardare le pagine dei giornali degli ultimi giorni o rifarsi ai casi Dell'Utri o Previti per accorgersi che non è quasi mai così.
Il ministro Alfano a tal proposito, nel corso di un'intervista a Sky Tg24, parlando di Cuffaro, ne ha evidenziato "la dignità del contegno in tutti questi anni e da ultimo proprio ieri.." poi riferendosi alla vicenda Berlusconi, ha biasimato ogni parallelismo adducendo che Il premier è solo indagato e non condannato in modo definitivo.
Pur tralasciando la patetica solidarietà che, attraverso la dignità del comportamento, cerca di compensare ciò per cui Cuffaro è stato riconosciuto colpevole, è curioso constatare, nelle parole del Guardasigilli, questa ennesima logica dei "due forni"  dove il rispetto verso le autorità inquirenti e la magistratura in genere, non è dovuto in quanto espressioni di una istituzione dello stato,  ma solo perchè le circostanze costringono a farlo.
Quindi Berlusconi può dire ogni nefandezza nei confronti dei  magistrati  impegnati nelle indagini sul "Rubygate", perchè è solo indagato, mentre Cuffaro, che è stato condannato, è da  ammirare perchè...accetta con dignità la condanna!!
Sembra una barzelletta, eppure è proprio così che, da anni, una parte della politica si difende da indagini e processi nei confronti di propri appartenenti.
E' uno dei tanti capisaldi del Berlusconismo: parallelamente alla "delegittimazione dell'avversario" in campo prettamente politico-elettororale, ecco la "non condivisione delle regole" nei campi in cui il potere del capo può venir messo in discussione dalle "regole" preesistenti, come la Costituzione, le prerogative del Capo dello Stato e degli organi di garanzia e soprattutto la Magistratura.
In questo modo non si va mai a discutere della sostanza di un'indagine giudiziaria, di un processo penale, di una critica politica, ma ci si ferma al "come" o, addirittura al "perchè" discuterne, si insinua  il sospetto che gli "altri" non siano in buona fede e si pone il presupposto di essere sempre dalla parte della ragione,  insomma un mondo di "perfetti" in perenne lotta contro "l'imperfezione del resto".
Purtroppo anche nel perfettismo berlusconiano, ogni tanto può verificarsi qualche piccolo incidente ed ecco i casi Cuffaro, Previti e, forse domani, Dell'Utri, ma tali imperfezioni vengono espulse  e sacrificate velocemente sull'altare del bene futuro.  In breve tempo il silenzio s'impadronisce di esse e  le trasforma in faccende di poco conto, che sono niente di fronte alla "grande perfezione".

lunedì 17 gennaio 2011

Metà..lmeccanici e metà..l'impiegati!


Il referendum sull'accordo sindacale per Mirafiori si è concluso con la vittoria dei si con circa il 54% dei voti.
Peraltro la vittoria dei favorevoli non è stata quella che i sostenitori di Marchionne si aspettavano, ma serve comunque a far sì che l'accordo separato del 23 dicembre (firmato da Fim e Uilm) sia valido per tutti i lavoratori dello stabilimento torinese..
Tuttavia se fosse stato per il voto dei  lavoratori che poi subiranno, più di altri, le importanti modifiche che l'accordo introduce, il risultato sarebbe stato diverso.
Infatti analizzando il voto nelle diverse sezioni della fabbrica, troviamo che, tra gli operai, il si è prevalso di soli 9 voti e nei reparti montaggio e  lastratura (dove le conseguenze dell'intesa potranno portare fino a 10 ore continuative di lavoro ed è molto sentita la questione della riduzione delle pause) ha vinto addirittura il no, raggiungendo il 53%, mentre è prevalso il si al  reparto verniciatura, dove si avranno i maggiori vantaggi economici, grazie alla nuova tipologia dei turni di notte.
Il voto che però ha influenzato in modo determinante l'esito finale del referendum è stato quello del seggio 5, quello degli impiegati, dove su 441 votanti, 421 hanno votato a favore.
Insomma la storia si ripete e  i colletti bianchi determinano nuovamente  la sconfitta del sindacato, seppure in maniera meno ecclatante del 1980 dove, con la famosa "marcia dei 40.000, fu il sindacato unitario, (CGL-CISL-UIL) ad uscire sconfitto, oggi tocca a FIOM e Cobas.
Interessi diversi e legittimi d'accordo, ma resta comunque l'amarezza  di chi, sottoposto a tutto lo stress causato dall'impiego su una "catena" che non può fermarsi mai, vede le sue condizioni di lavoro determinate da chi, invece, sta comodamente seduto in ufficio.

giovedì 13 gennaio 2011

Quello che Bersani dovrebbe fare.

Trenta anni fa Berlinguer andò a Mirafiori a manifestare l'appoggio dell'allora Partito Comunista ai lavoratori Fiat che, sotto la minaccia di ben 14.000 licenziamenti, da 35 giorni bloccavano i cancelli della fabbrica, ma malgrado la sua ricerca di una soluzione dignitosa per i lavoratori, la famosa manifestazione dei 40.000 colletti bianchi, sottovalutata dal sindacato di allora, portò lo stesso sindacato ad una clamorosa sconfitta nei confronti del padronato, rappresentato all'epoca, da Cesare Romiti.
Per evitare che la storia si ripeta, Bersani, più che a Mirafiori, dovrebbe andare da Berlusconi, magari  per manifestargli personalmente il suo dissenso circa le ultime dichiarazioni sul referendum, ma  soprattutto per cercare, insieme al capo del governo, una soluzione che possa essere accettata da Fiom e azienda, una soluzione appoggiata da entrambi.
La bagarre politica, le questioni personali, le leadership di partito possono aspettare, i lavoratori e il popolo italiano no!
E' interesse di tutti, che la "politica" non perda questo treno.

mercoledì 12 gennaio 2011

Poche parole sul caso "Mirafiori"

Come uomo di sinistra mi rifaccio alle parole di Berlinguer, che in un'analoga situazione, (quella volta c'era Romiti al posto di Marchionne, che aveva annunciato 14000 licenziamenti) andando in visita a Mirafiori, nel corso dei 35 giorni di blocco ai cancelli FIAT, in risposta alla domanda di un delegato FIM, su cosa sarebbe stato disposto a fare il Partito Comunista, se gli operai avessero occupato la fabbrica, rispose che il suo posto sarebbe stato accanto agli operai.
Anch'io voglio stare accanto agli operai, ma la domanda odierna è:
dove vogliono stare gli operai?
Spero ce lo dica il referendum, il cui risultato dovrà essere rispettato da tutti, Marchionne  e Landini compresi.

martedì 11 gennaio 2011

Dio non tifa Napoli.

Accade spesso che gli sportivi ricorrano a dei simboli religiosi prima, durante e dopo una competizione a cui partecipano. Specie tra i calciatori è diffuso, almeno sui campi europei e sudamericani, il segno della croce, simbolo della cristianità. Niente da dire se ciò rimane nei canoni dei piccoli gesti che ognuno di noi compie, magari anche per una certa irriverente scaramanzia, affinchè il Dio in cui crediamo ci protegga da possibili incidenti in una competizione sportiva, piuttosto che in un viaggio in auto o in aereo, o magari ci dia una mano prima di un esame. Paulo Coelho direbbe che "Dio già sa" e che sarebbe meglio rimettersi "alla Sua volontà" invece che metterLo al servizio dei nostri desideri, forse anche un po' prosaici, ma si sa  la religione, proprio nella sua accezione "naturale", ognuno se la fa a modo suo.
Tuttavia direi che c'è di peggio ed è quando si ostenta il proprio credo religioso, dando l'impressione che Iddio stesso ci abbia messo in un posto piuttosto che in un altro, che insomma ci abbia "eletto" a proprio rappresentante specie in professioni in cui, il privilegio economico è evidente. Mi riferisco a quanti, sempre nel Calcio, si qualificano come calciatori, atleti o soldati di Cristo.
Uno di questi è Edison Cavani  che, oltre a mostrare magliette inneggianti ovviamente a Gesù Cristo (è un Cristiano Evangelico, Pentecostale) rivolge sempre, dopo ogni goal, lo sguardo al cielo e fa un segno abbastanza singolare con le mani, volendo ringraziare per il giusto aiuto venuto "dall'alto", in barba alla tanto decantata giustizia divina, che invece dovrebbe essere, più che mai, uguale per tutti e quindi anche per l'avversario sportivo di turno.
Altro che giustizia, se così fosse, se l'aiuto ci fosse solo per lui, occorrerebbe aprire un fascicolo al tribunale sportivo per "frode sportiva", giacchè questo reato si configura nell’ipotesi in cui, qualunque soggetto collegato ad una società e capace di determinarne il comportamento, si faccia carico di turbare (o di provare a turbare) il naturale svolgimento di una competizione.(l. 401/80)
Fortuna che il Dio a cui il calciatore uruguaiano si rivolge, oltre a fornirgli un grande tatento sportivo, non credo si interessi più di tanto a lui, magari più preoccupato del recente e tragico periodo della dittatura militare, che ancora è motivo di problemi e divisioni nel paese d'origine di Cavani.
Per cui Milan, Inter, Roma, Juventus, Lazio e tutte le altre pretendenti allo Scudetto, non abbiano paura, Dio non tifa Napoli;  per i partenopei, c'ha sempre pensato soltanto il povero San Gennaro...

domenica 9 gennaio 2011

Filosofia "de vita" secondo G.Gioacchino Belli... ovvero ce sò preti e preti, peccati e peccatori.

Er confessore de manica larga 1

Doppo morta mi’ madre, io da zitella
fascevo le mi’ sante devozzione 2
da un certo Padre Bbiascio 3 bbennardone, 4
che mm’annava 5 inzeggnanno 6 st’istoriella.

Me disceva accusí: «Ffijja mia bbella,
trall’opere cattive e cquelle bbone
bbisoggna abbadà bbene all’intenzione,
pe nnun confonne 7 mai questa co quella.

Ecco, pe ssemprigrazzia, 8 io te do un bascio.
Si 9 ttu lo pijji per offenne 10 Iddio,
questo, fijja, è peccato; e vvàcce adascio. 11

Ma ssi ttu nner pijjatte 12 er bascio mio
vòi dà ggusto ar Ziggnore e ar Padre Bbiascio,
pijjelo, 13 fijja, e ffa’ ccome facc’io».
1° novembre 1833


1 Ciò vuol dire «indulgente»; ma qui è un quietista. 2 Fare le divozioni, vale: «accostarsi alla penitenza e
all’eucaristia». 3 Biagio. 4 Bernardone, di S. Bernardo. 5 Mi andava. 6 Insegnando. 7 Per non confondere. 8 Exempligratia.
9 Se. 10 Offendere. 11 Vacci adagio. 12 Nel pigliarti. 13 Piglialo.

giovedì 6 gennaio 2011

Eroi o sacrifici umani?

Dopo i quattro caduti della Brigata Alpina "Julia" uccisi, lo scorso ottobre, in un imboscata ,  la sera del 31 dicembre,  un altro alpino, Matteo Miotto, viene ucciso durante uno scontro a fuoco e va purtroppo ad aggiungersi al mesto elenco di 35 vittime della Missione per la Pace  in Afghanistan, di cui le nostre Forze Armate fanno parte.
Uso volontariamente il complemento di specificazione "per la pace" al posto di quello "di pace" comunemente usato, giacchè si tratta sempre di interventi armati, anche se volti, come si spera, a ristabilire la pace.
Come sempre accade dopo eventi tragici come questi, accanto ai sentimenti di cordoglio per le vittime e per le loro famiglie, noto l'uso frequente del termine "eroi" che mi fa un po' rabbrividire, facendomi tornare alla mente periodi storici recenti e non, che la storia ha poi dimostrato, che di eroico non avevano proprio niente.
Tornando ai nostri poveri Caduti, a cui ovviamente va tutto il nostro deferente plauso, va ricordato che erano volontari dell'Esercito, cioè ragazzi che in genere scelgono questa professione soprattutto perchè il mondo del lavoro non offre ai giovani tante altre occupazioni  che diano la sicurezza di uno stipendio sicuro per tutta la vita. Erano inquadrati in un reparto cosiddetto Operativo che quindi viene periodicamente chiamato a svolgere Missioni Fuori Area, per cui nel momento in cui la loro unità è andata in Afghanistan, anche i nostri ragazzi sono partiti insieme agli altri, a prescindere se avessero o no la volontà di andare.
Tranne casi veramente eccezionali, a nessuno viene in mente di rifiutare, pur avendo magari motivi validi: troppo alto il senso del dovere, unito a quel sano cameratismo che in gergo si chiama "Spirito di Corpo" ed anche al pensiero di  buon riscontro economico durante le missioni, specie a fronte degli stipendi che in patria oscillano intorno ai 1400 euro mensili.
Ed anche in zona operativa ognuno continua a compiere il proprio dovere, sia all'interno di una caserma con mansioni logistiche, sia che abbia un compito più operativo come quello di costiture posti di blocco o scortare convogli umanitari o altro e ognuno è consapevole del rischio che corre, ma anche del fatto che si viene pagati proprio per svolgere quelle funzioni.
Una mattina poi, mentre si scortano camion di viveri destinati alle popolazioni, accade che il nostro mezzo, magari nemmeno appropriato per quel tipo di missione, incoccia una bomba rudimentale e salta in aria, oppure ci si trova improvvisamente esposti al fuoco di un cecchino o di un non ben identificato gruppo di insorti, come specifica il Ministro della Difesa, ma poco importa chi sia a spararci, il dramma è che si muore...muoiono le persone... e nascono gli eroi??
No, non si nasce eroi, nè lo si pianifica.. sono solo determinate circostanze a poterci far decidere volontariamente di esserlo, come buttarci in mare per salvare qualcuno che annega, o aiutare l'anziana signora che sta per essere scippata, o mettersi contro qualcuno che tenta di violentare una ragazza, o anche, proprio in azione di guerra, resistere in una postazione per permettere ad altri di mettersi in salvo, ma sono casi isolati e determinati nel preciso momento in cui avvengono, mai pianificati, giacchè nessuno decide, a priori, di andare volontariamente a morire.
E allora sono le Istituzioni, gli Stati ad esigere la nascita degli eroi. Come nella narrazione biblica, Abramo, per non contraddire il Volere di Dio, porta il proprio figlio sull'altare del sacrificio, anche oggi gli Stati portano i propri figli sull'altare sacrificale delle guerre al servizio di pur nobili ideali come pace, libertà, sicurezza, quando non nascondano altri e più squallidi interessi.
Iddio però, fermò Abramo e Isacco fu salvo,  i nostri figli invece continuano a morire e la domanda è: ne vale veramente la pena?
Per le Istituzioni, gli Stati, per gli ideali che possano chiamarsi Pace, Libertà, Sicurezza, certamente si, ma per le persone: per le madri, i padri, le mogli, i figli, i fratelli, le sorelle dei Caduti, certamente no!

wiska             chi lotta vive

giovedì 30 dicembre 2010

Berlusconi, i furbi e i fessi.

E' un fatto che l'opinione pubblica, in genere,  tenda a schierarsi in funzione delle alleanze politiche che di volta in volta si vanno formando. 
In Italia tale tendenza ha da sempre assunto una collocazione radicale, nel senso che le alleanze o i partiti in cui ci si riconosceva, venivano seguiti e difesi con un certo "tifo da stadio". Se nella prima repubblica le contrapposizioni erano soprattutto ideologiche, (dc-pci, piuttosto che  msi o centristi che andavano dal psi al pli) negli ultimi anni, la scomparsa dei partiti storici, ha fatto si che il confronto o lo scontro si avesse soprattutto tra il centrodestra e il centrosinistra.
Mattatore del centrodestra, sin dal 1994, è stato sicuramente Silvio Berlusconi, cui sono principalmente dovuti i successi elettorali che hanno permesso a lui ed alle alleanze che ha, via via formato, di governare l'Italia per lungo tempo e che lo vedono ancora a capo di un governo.
Berlusconi è senz'altro il simbolo della collocazione di cui si accennava, essendo entrato in politica "per non lasciare il paese in mano ai comunisti", per cui la contrapposizione che negli ultimi anni si è venuta a creare, è soprattutto tra i "pro" e gli "anti" Berlusconi.
Il centrosinistra ha opposto vari leader, tra cui il solo Romano Prodi è riuscito a battere il Cavaliere in due occasioni, anche se poi i due governi omonimi hanno avuto vita breve.
Certo è che se Berlusconi ha governato tanto e ancora siede sulla poltrona di presidente del consiglio qualche ragione ci deve pur essere. Il centrosinistra o anche parte della sinistra storica, invece che cercare tali ragioni hanno, più che altro, cercato di intercettare il consenso che il leader antagonista andava man mano ottenendo, finendo per ricalcare grossolanamente i suoi programmi, dando spesso l'impressione che il luogo comune qualunquistico del "sono tutti uguali" fosse veritiero.
Prendendo spunto dall'ultimo libro di Beppe Severgnini, La Pancia degli Italiani si può dire che la ragione predominante del successo Berlusconiano derivi dalla sua faccia. Si, proprio la sua faccia con questo eterno e visibilmente artificioso sorriso, ma poco importa, tanti italiani lo percepiscono come un segnale di benessere, come il meritato premio alla loro vita fatta anche di stenti, come il segno della fiducia nel futuro, insomma per dirla come Severgnini: Berlusconi "assolve" tutti. Poco importa che i suoi governi abbiano oggettivamente combinato poco e che "soggettivamente" quel poco che hanno fatto sia stato addirittura deleterio per il paese, il suo consenso è sempre vasto perchè i suoi "tifosi" guardano  e credono in "lui".
Vorrei dire, da uomo di sinistra, che sarebbe ora di finirla di scimmiottare il leader di Arcore e cercare, proprio da sinistra, di dare vita ad una valida alternativa culturale e politica, ma non è semplice viste le attuali divisioni di schieramento e ne riparleremo più opportunamente in un prossimo post. Per il momento mi viene solo in mente ciò che scriveva Giuseppe Prezzolini nel Codice della vita italiana: "i cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi".
In genere, a me non piacciono le categorie, ma lascio facoltà ad ognuno, di stabilire a quale delle due ritiene di  poter appartenere.

sabato 25 dicembre 2010

Giuseppe Gioacchino Belli: Er giorno de Natale




Sti poveri canonichi stanotte
nun hanno fatto antro c’una vita:
canta che tt’aricanta! 1 eh a ffasse fotte
sta galerra per dio cuann’è finita.

Povere ggente! tanto bbrave e ddotte,
si ddureno un po’ ppiú, pe lloro è ita!
Bbono che ppoi c’è er zugo de la bbotte
pe rrimétteje er zangue a la ferita.

Anzi, stanotte, sciaripenzo mone,2
sempre è stato a bbullí ccerto callaro3
pieno d’acquaccia e petti de cappone.

E ppe cquesto hai veduto, Orzola mia,
che, de sti preti sciorcinati, 4 un paro
ne curreva ogni tanto in zagristia.


30 novembre 1832 - Der medemo
                                                                                                                                                                                                                              
1 Canta e ricanta, sempre cantare. 2 Ci ripenso ora. 3 Caldaia. 4 Meschini, tapini.


buon Natale a tutti da Wiska

martedì 21 dicembre 2010

Sara e Yara, due scomparse troppo uguali

 




Non si è ancora spenta l'eco della tragedia di Avetrana in cui la quindicenne Sara Scazzi ha perduto la vita ed ecco che in un piccolo paese del bergamasco, Brembate di Sopra, scompare una ragazza tredicenne, Yara Gambirasio. Come Sara, anche Yara scompare in un  breve tratto di strada di sei, settecento metri al massimo, quello che va dalla sua abitazione, alla palestra che normalmente frequentava per praticare ginnastica ritmica. Ancora una volta, come nel caso di Sara, gli investigatori, malgrado l'uso di squadre speciali e mezzi tecnici sofisticati, brancolano nel buio dando ad intendere che non ci sia niente di logico in questo tipo di scomparse; in più, se nella triste vicenda di Avetrana, si era azzardata l'ipotesi di un allontamento volontario, magari provocato dalla solita conoscenza su Facebook, qui data l'ancor più giovane età di Yara ed il non possesso di alcun profilo sul citato network, nessuno ha avuto il coraggio di fare altrettanto.
Se si ricorda, anche il caso della studentessa pugliese era allo stesso punto morto, prima che Michele Misseri facesse ritrovare il telefonino di Sara e iniziasse la sua lunga serie di "confessioni", che tuttavia non hanno ancora chiarito i fatti che hanno portato all'assassinio della nipote.
Quel che resta, in ambo i casi, è una sensazione d'impotenza di fronte a quanto accade e un troppo facile ricorso all'incidenza del caso, in cui, come nelle migliori fiabe, tutto ad un tratto appare "l'orco".
Nelle fiabe però, alla fine l'orco viene sempre e comunque sconfitto, nella nostra realtà invece, l'ipotizzare simili soluzioni sembra più un'affannosa ricerca di un motivo qualsiasi, per mettere a posto la nostra coscienza di cittadini "per bene".
In queste scomparse così misteriose, così improvvise e così apparentemente senza motivo, risuona sempre di più, l'eterna domanda che ogni genitore, ogni persona che ha avuto figli o ha avuto a che fare con gli adolescenti si pone e cioè se, dietro la "normalità" del quotidiano, siamo poi all'altezza per avere un rapporto davvero di fiducia con essi, se sappiamo dar sempre conferme ai loro dubbi, se facciamo sempre in modo che le loro parole non rimangano inascoltate.
Concludendo, oltre che conoscere chi ha ucciso Sara Scazzi o causato la scomparsa di Yara Gambirasio, oggi è molto importante scoprirne il perchè.

martedì 14 dicembre 2010

Termodinamica politica

Nella termodinamica statistica l'energia totale di un sistema si distribuisce con uguale probabilità in tutte le suddivisioni possibili ed è importante realizzare che le tipiche grandezze macroscopiche che caratterizzano un sistema, sono espressione dei comportamenti medi dei componenti microscopici e quando lo stato complessivo del sistema varia si è operata una trasformazione termodinamica.
Se ci si riflette tutto ciò può essere traslato e non me ne vogliano i fisici, alla cronaca politica odierna in cui i comportamenti di alcuni componenti microscopici, relativamente all'intero sistema politico, hanno determinato una variazione del sistema stesso e quindi una sua trasformazione.
Traducendo: Scilipoti, Razzi etc. cambiando repentinamente schieramento, tipico esempio di "trasformismo politico"  hanno consentito al governo Berlusconi di avere la maggioranza anche alla camera.
Tuttavia, rientrando nel solco dell'analisi storico politica, la faccenda delle alleanze e del cambio di schieramento da parte di deputati e senatori è vecchia quanto lo stato italiano.
Agostino Depretis, leader storico della sinistra italiana di fine 800 fu uno dei primi ad utilizzare la metodologia politica del Trasformismo.
Alcuni giustificarono il "tradimento" causato dall'allenza coi conservatori, perchè Depretis riuscì, in quel modo, a far approvare riforme importanti per la parte che rappresentava, ma resta comunque il dubbio machiavellico sul "fine".
Detto trasformismo politico in senso stretto, sfocia poi in un'accezione più larga come l'incoerenza che oggi sembra essere una caratteristica di buona parte dei politici ed anzi pare chiaro che esistano veri e propri professionisti del "passaggio" che ben sfruttano i momenti critici del sistema ed anche in questo caso ciò che conta è il "fine".
Che poi esso sia personale e non di schieramento, sta solo a significare il decadimento della politica.

sabato 11 dicembre 2010

Due suicidi "diversi".

I due suicidi, avvenuti nello scorso novembre, hanno colpito l'attenzione dei media e di gran parte dell'opinione pubblica; suicidi dovuti a motivazioni diverse, ma che hanno portato alla stessa tragica conclusione di morte.
Chi erano i due autori di questo gesto estremo?
Il primo, in ordine cronologico, è stato un sacerdote, Don Sergio Recanati, nato 51 anni fa a Masano che svolgeva la funzione di cooperatore nel santuario di Caravaggio  e che domenica 28 novembre si è tolto la vita buttandosi sotto un treno, nelle campagne tra Caravaggio e Pagazzano, in provincia di Bergamo.
Il secondo è stato Mario Monicelli, nato a Viareggio 91 anni fa, grande maestro del cinema italiano dal dopoguerra ad oggi, nonchè figura di primo piano nel panorama culturale italiano, che la sera di  lunedì 29 si è buttato dal quinto piano dell'ospedale San Giovanni a Roma, dove era ricoverato.
 

 Premesso che , a mio modo di vedere, il suicidio non è mai una scelta completamente razionale e lucida in quanto qualcosa nella nostra mente fa si che venga superato il limite naturale costituito dall'istinto di conservazione, tuttavia tutti cerchiamo di trovare delle spiegazioni che possano far comprendere il ricorso ad un simile gesto. Per Monicelli si è parlato del suo rifiuto a vivere l'ultima parte della sua vita in modo doloroso e opprimente, dato che era affetto da un tumore alla prostata, allo stato terminale. Si è anche aperto, a tal proposito, un dibattito giornalistico e non solo, tendente a strumentalizzare l'estremo atto del grande regista, vuoi dalla parte di chi lo ha considerato come una  sorta di "diritto d'eutanasia", vuoi dalla parte di chi, invece, sostiene che la vita è un bene sociale e non può essere appannaggio del singolo.
Per quanto riguarda Don Recanati, tutto viene fatto risalire allo scorso giugno, quando il sacerdote fu ripreso da un video, girato da "Le iene", in cui fu sorpreso a molestare un ragazzo, con la scusa del conforto religioso, in seguito al quale fu poi sospeso dal suo incarico e mandato in una comunità, per curarsi.
Chiunque abbia seguito le due notizie sui media o su internet, penso abbia notato ciò che ho notato io e cioè una grandissima sproporzione nei commenti e nel giudizio riguardo i due suicidi.
Sono d'accordo che la popolarità del grande regista ha svolto un ruolo importante in questo, tuttavia  se da  tutte le "posizioni" si è concesso un certo rispetto al gesto di Monicelli,  per l'altro è sembrato quasi che  avesse avuto la fine che  meritava.
Ed è proprio qui che non sono d'accordo, poichè seppure è ovvio e doveroso deprecare, con tutte le forze, le molestie sessuali, soprattutto aggravate dal fatto che a compierle  sia un sacerdote nel sacro"Ufficio di confessore", ciò nonostante non credo che esse meritino una pena come la morte, viceversa non so cosa possano meritare i responsabili di violenze continuate, famigliari e non o i responsabili di omicidi plurimi, genocidi e quant'altro di terribile accade ogni giorno, in ogni parte del mondo;  il fatto avvenuto poteva e doveva risolversi in modo differente, magari davanti alle forze dell'ordine o alla magistratura, anzichè davanti alle telecamere di una trasmissione televisiva che ha dato vita ad un pubblico ludibrio prima e ad un giudizio sommario dopo.
In controtendenza, c'è anche da evidenziare che le istituzioni ecclesiastiche hanno concesso  di celebrare il funerale del sacerdote suicida  nel prestigioso santuario di Caravaggio, dove lo stesso svolgeva la funzione di cooperatore e laddove si erano verificati  i fatti di cui era accusato. Una scelta discutibile se pensiamo che a  Piergiorgio Welby, colpevole secondo la Chiesa, di non voler continuare a vivere "artificialmente", non era stato concesso lo stesso privilegio.
Concludendo, se c'è da esprimere rispetto per un gesto come il suicidio, allora va espresso per  tutti  allo stesso modo poichè, secondo me, la morte accomuna e rende simili gli interpreti nel compimento di questo tragico atto.
Suonano appropriate le parole che lo stesso Monicelli proferì  in occasione del suicidio del padre Tomaso, avvenuto nel 1946:
"Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena."

wiska...chi lotta vive!